Far conoscere il made in Italy in Giappone

Luciana Squadrilli

22 maggio 2019

I prodotti enogastronomici italiani sono molto apprezzati in Giappone, ma è un mercato di nicchia in cui non è semplice entrare. Ne parliamo con Davide D’Amato, importatore salernitano da oltre 20 a Tokyo.

Il Giappone ci ama: a partire dagli anni ’90 circa, nel Paese del Sol Levante - che sta diventando a sua volta una meta sempre più ambita dai viaggiatori italiani - c’è quello che è stato definito un vero e proprio Italian boom che coinvolge tutti gli aspetti dell’Italian way of life, dalla moda e l’arte fino, naturalmente, al cibo.

Insomma, mentre noi scoprivamo le raffinate meraviglie di sushi e sashimi e poi - con un po’ di ritardo - anche la confortevole bontà di ramen, gyoza e tonkatsu, a Tokyo iniziavano ad arrivare mozzarella di bufala, olio extravergine e pomodori del piennolo. Grazie soprattutto a chef (quasi sempre italiani) e pizzaioli (ancor più spesso giapponesi venuti ad imparare a Napoli l’arte della pizza, replicata alla perfezione a casa loro), i nostri prodotti sono diventati noti ai Giapponesi entrando a far parte della loro dieta, anche se spesso più come “lusso” da concedersi ogni tanto che come alimento quotidiano. Fondamentale, naturalmente, anche il ruolo degli importatori che per primi hanno lavorato per far arrivare qui il meglio del made in Italy, non solo sfidando procedure amministrative complicate e difficoltà logistiche ma soprattutto lavorando molto sulla promozione e diffusione della cultura gastronomica italiana. 

In occasione di una recente visita a Tokyo, ne abbiamo parlato con Davide D’Amato, salernitano che dopo diverse esperienze a Londra, da 23 anni vive nella capitale giapponese  e si occupa di importare prodotti italiani (dai vini alle conserve, fino all’artigianato) o di mettere in contatto clienti locali - soprattutto ristoranti e negozi - con i distributori. Adesso Davide lavora insieme alla giovane figlia Chiara - madrelingua, nata dal matrimonio con una donna giapponese - con la società SantaChiara Davino, collaborando con altri colleghi e amici come Katsumi Imanishi e Corrado Takeshi Cossu (giapponese di origine sarda che vive e lavora a Milano) di Vialba o Ryosuke Iwasaki che si è specializzato nell’importazione di ceramiche e altri oggetti d’artigianato. Un lavoro paziente, fatto di tanti rapporti personali e diretti con chef e pizzaioli - se volete qualche consiglio gastronomico, Davide è la persona giusta! - ma anche di un’opera quasi quotidiana nel far assaggiare i prodotti ai consumatori, attraverso eventi a tema e street market che qui sono molto popolari. Da tre anni, poi, si occupa anche di far arrivare prodotti giapponesi in Italia: un mercato ancora più piccolo – anche perché, per la conformazione del suo territorio prevalentemente montano o fatto di isole, il Giappone non è un grande Paese produttore e circa il 70% dei prodotti consumati è frutto di importazione - ma in crescita.
 
da sinistra, Corrado Takeshi e Katsumi Imanishi di Vialba, Davide D’Amato e la figlia Chiara di Santachiara Davino e Ryosuke Iwasaki di Casa della Ceramica a un mercato di prodotti italiani organizzato a Dakanyama, Tokyo.
Davide, quali sono i punti fondamentali su cui bisogna lavorare per far conoscere e apprezzare i prodotti italiani in Giappone?
Bisogna innanzitutto avere una conoscenza ampia e profonda del nostro Paese. Io ho riscoperto l’Italia da qui, ho iniziato a conoscere bene il Piemonte attraverso i vini, ma anche l’Abruzzo attraverso lo Zafferano dell’Aquila e tanti altri prodotti Dop e Igp che qui sono molto richiesti. Certo non parliamo di grandissimi numeri, è un mercato di nicchia ma molto interessante: chi ama i prodotti italiani cerca il meglio e se si vuole e si può pagare, è possibile mangiare funghi porcini del giorno prima o un tartufo appena cavato, nella stagione giusta. Qui arriva praticamente tutto: quando mi sono trasferito, era più facile avere la mozzarella di bufala fresca a Tokyo che a Milano!

Dove si consumano i prodotti italiani, più in casa o al ristorante?
Soprattutto nei ristoranti, qui si mangia molto fuori e c’è chi va anche tre volte a settimana nello stesso locale. Cuochi e ristoratori svolgono un ruolo molto importante nel far conoscere i nostri prodotti ma spesso sono i clienti stessi che magari tornano da un viaggio in Italia e portano loro dei prodotti da fargli assaggiare, per poi ritrovarli nel menu. Per questo spesso riceviamo richieste specifiche da parte loro e noi lavoriamo per trovare i fornitori e metterli in contatto con loro o importarli direttamente.

Quanto conta l’apparenza, un packaging giusto?
Tantissimo, soprattutto nel retail: bisogna riuscire soprattutto a trasmettere l’origine, il territorio da cui viene il prodotto.

Qual è stato il prodotto più difficile da far conoscere e apprezzare al pubblico giapponese?
Forse il vino Aglianico; è la prima DOCG del Sud Italia ma qui non era molto conosciuto, non era legato a un territorio noto. Adesso, con internet, è tutto più facile ma prima bisognava spiegare bene le regioni, i vitigni, le caratteristiche.

E uno che ti ha dato particolare soddisfazione?
Qualche anno fa ho importato una strepitosa marmellata di mela annurca per il ristorante di Bulgari, me l’hanno richiesta loro e io ho scoperto un grande prodotto. Certo poi sta agli chef far apprezzare i nostri sapori rendendoli adatti al gusto dei giapponesi; qui, per esempio, non sono molto abituati ad apprezzare i sapori dei prodotti in sé, tendono sempre ad accompagnare con salse, spezie eccetera. 

Ci sono altri “ostacoli” da superare legati alle abitudini giapponesi? 
Per me la loro cucina non è molto differenziata; sì, ci sono delle specialità regionali ma tendenzialmente i piatti sono ricorrenti ed è molto diffusa la presenza di catene di ristoranti o supermercati dove il cibo è piuttosto standardizzato. Poi, manca l’idea del servizio di sala come lo intendiamo noi, con qualcuno che ti spieghi e racconti i piatti. Al di là della professionalità e della mancanza di competenze, così perdi il feeling con il cliente e la possibilità di far conoscere dei prodotti nuovi. Di contro, però, loro sono molto aperti ai nuovi sapori e molto curiosi.
Parliamo di formaggi: i nostri prodotti caseari sono apprezzati in Giappone?
A questa domanda faccio rispondere Katsumi Imanishi, direttore di Vialba, che importa direttamente molti prodotti italiani, anche freschi: dai formaggi agli asparagi bianchi e il radicchio di Treviso.

K.I.: i formaggi italiani solitamente hanno sapori molto forti e decisi ma qui piacciono proprio per quello. Molti chef e ristoratori li usano per i loro piatti o propongono un carrello dei formaggi al ristorante. Negli ultimi cinque anni è cresciuta molto la domanda di formaggi in generale, soprattutto francesi e italiani. Noi ne abbiamo quattro-cinque tipologie in arrivo dall’Italia: dal Parmigiano Reggiano e il Grana Padano, di cui importiamo le forme intere, fino alla mozzarella di bufala e il fiordilatte che arrivano con l’aereo due volte a settimana. I più richiesti? Grana e fiordilatte.

Santachiara Davino - Italy Japan Network 
1-47-7 Asagaya Minami  Suginami Ku Tokyo Japan 
Tel (Italia) +39 339 7113 575
https://www.facebook.com/SantaChiaraDavinoltd/ 

Vialba Corporation
http://vialba.jp/ 

Ringraziamo l’IVSI - Istituto Valorizzazione Salumi Italiani per la gentile concessione della foto di testata che ritrae un momento della lezione di cucina presso la scuola Hattori di Tokyo in occasione della Settimana della Cucina Italiana.
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Scritto per chi ama il buon cibo
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