Nord della Grecia: sulle tracce dei vini di Dioniso

Carlotta Casciola

30 gennaio 2019

Così poco sappiamo del Nord della Grecia, a parte che qui si trova il monte Olimpo, dimora degli dei e di Dioniso, dio del vino e della vendemmia. Eppure queste terre, patria di personaggi leggendari e grandi condottieri, celano uno straordinario patrimonio indissolubilmente legato alla nostra storia e cultura.

Siamo nel Nord della Grecia: Macedonia, Epiro e Tracia segnano i confini della Grecia continentale. Nelle chiare giornate di sole, da Salonicco si può vedere spuntare in lontananza la cima del monte Olimpo. Nonostante qui si trovi la dimora del dio greco del vino e della vendemmia, gli straordinari vini di queste regioni sono poco visibili fuori del territorio nazionale. Siamo andati a scoprirli.
Xinomavro, davvero è il nebbiolo greco?

Protagonista della viticoltura del Nord della Grecia è senza dubbio lo xinomavro, uno dei vitigni a bacca rossa più diffusi in Grecia. Il suo nome parla chiaro: ‘xino’ significa acido e ‘mavro’ nero, i vini che ne derivano sono famosi per i tannini indomabili e l’acidità tagliente. Queste sue caratteristiche gli sono valse numerosi paragoni con la nostra nebbiolo.

Si tratta di un uva di non semplice allevamento, a volte capricciosa, ma che ricompensa gli sforzi con vini estremamente longevi e complessi. La DOC Naoussa ne rappresenta un po’ la culla, ma anche la vicina DOC Amyndeo produce vini di xinomavro di gran qualità. Siamo in Macedonia, lontano dalle calde e soleggiate spiagge greche del nostro immaginario estivo. Il clima è continentale, i villaggi montagnosi attorno a Naoussa e l’altipiano di Amyndeo d’inverno si coprono di neve.
 
Il gioco delle similitudini: il re e la regina

Dicevamo che la DOC Naoussa è la culla dello xinomavro, mentre la vicina e più piccola DOC Amyndeo ne è l’alter-ego. Volendo fare il gioco delle similitudini, un po’ come tra Barolo e Barbaresco, c’è chi dice che uno è il re e l’altro la regina. Infatti i vini di Naoussa sono più maschili, non sono pronti per essere bevuti prima di 8-10 anni dalla vendemmia per quei tannini possenti che richiedono anni di affinamento. Se a Naoussa dominano le marne argillose, ad Amyndeo i terreni sabbiosi e l’influenza dei vicini laghi di Vegoridita e Petron danno vini immediatamente più morbidi e gentili, differenza apprezzabile nei xinomavro che la cantina Ktima Kyr-Yianni produce nelle due denominazioni. 
 
Entrambi sono caratterizzati da un colore rosso rubino, più scarico tra i vini di Amyndeo rispetto a quelli di Naoussa, che con gli anni evolve rapidamente al granato, mentre l’eccellente acidità ne assicura una invidiabile longevità. 

I profumi sono complessi, dai caratteristici sentori di pomodoro secco, frutta rossa e spezie in gioventù, che negli anni si trasformano e moltiplicano in aromi terziari di fiori secchi, tabacco biondo, olive nere e tartufo.

In realtà, proprio come per i nostri vini di Nebbiolo, possiamo identificare due stili di produzione. Il xinomavro ‘tradizionale’ o classico, con una minor estrazione ed invecchiamento in botti grandi, ha colore granato più scarico che rapidamente evolve al rosso mattone. Dall’altro alcuni produttori preferiscono vini di stile che potremmo definire ‘moderno’, utilizzando macerazioni a freddo, con una maggiore estrazione del colore ed invecchiamento nella classica barrique francese. Sono vini con un colore più scuro e profondo, con una più lenta evoluzione caratterizzati da sentori di frutta nera matura e spezie che accompagnano le note del legno. In entrambi i casi, parliamo di grandissimi vini.

La rinascita della moderna viticoltura greca

Per lunghi secoli, le numerose guerre e le difficili condizioni di vita prima, e la fillossera poi, ridussero a ben poco il patrimonio e la tradizione vitivinicola di queste terre. Curiosamente dobbiamo arrivare fino in Epiro per trovare le radici della moderna viticoltura del Nord della Grecia. 

Dalla Macedonia, percorriamo rapidamente verso ovest l’autostrada che, galleria dopo galleria, montagna dopo montagna, ci permette di arrivare in Epiro. È un segmento del corridoio che unisce il porto di Igoumenitsa, affacciato sullo Ionio, con la Turchia ed i Balcani. Se da pochissimi anni è stata inaugurata la nuova autostrada, nel passato, viaggiare tra un paese e l’altro deve essere stato una autentica odissea: zone montagnose, stradine tortuose ed inaccessibili univano un paese con l’altro. Il trasporto di mercanzie non deve essere stato né facile né sicuro. 

Qui le querce lasciano oramai spazio alle pinete e le cime si fanno sempre più alte.  Siamo tra i monti del Pindo, la cui vetta più alta supera i 2600 m. È sul Pindo che si trova arroccato il villaggio di Metsovo. A Metsovo da generazioni si parla una lingua tramandata oralmente, il vlach, di origine latina che nulla ha a che vedere con il greco. È la lingua dei vlacchi, un popolo di commercianti, che storicamente controllava quel passaggio strategico tra oriente e occidente. Ed è proprio ad un vlacco che dobbiamo la rinascita della viticultura in queste zone: Xavier Apostolakis. Per lui il commercio con la Russia era così importante da spingerlo a cambiare il suo nome, così difficile da pronunciare per i russi, e trasformarlo da Apostolakis ad Averoff. Addirittura, scelse per le sue due figlie nomi russi, Tatiana e Natalia.

 
Evangelos Averoff-Tositsas, il nuovo re dell’Epiro

All’inizio del secolo XX, secondo uno studio geologico delle Nazioni Unite, Metsovo era condannato a scomparire a causa della erosione e delle frane dei monti circostanti. Fu grazie all’enorme fortuna ed alla grande lungimiranza di Xavier Averoff che la nobile famiglia metsovense dei Tositsa poté operare un autentico miracolo. Averoff voleva spendere il suo patrimonio per risollevare le sorti di Metsovo ed adottare i Tositsa per lasciargli il proprio nome e la propria eredità. Evangelos Tositsa accettò il nome, ma non l’eredità. Propose invece di usare l’enorme ricchezza di Averoff, che ammontava a oltre 2 milioni di dollari negli anni ’50, per creare una fondazione. Evangelos Averoff-Tositsas si convertì nel grande benefattore di queste terre: in qualche modo fu il moderno Re dell’Epiro. 

La fondazione durante 8 anni ripiantò oltre 3 milioni di pini, rimboschendo il monte Pindo e proteggendo il paese di Metsovo dai rischi di frane. Evangelos Averoff-Tositsas fondò 107 scuole in tutto l’Epiro, creò borse di studio ed una residenza universitaria ad Atene per mandare a studiare chi non poteva permetterselo, costruì due musei a Metsovo, di cui uno contiene la seconda collezione di opere più grande di tutta la Grecia. Fu scrittore, politico e mecenate….

Dalle sue continue ricerche, in un antico documento lesse che secoli prima in quei luoghi remoti si coltivavano viti e si faceva vino. Decise di ridare al paese una tradizione vitivinicola e alla fine degli anni ‘50, riportò dalla Francia, grazie alla sua valigia diplomatica, delle piante di Cabernet Sauvignon, saltando a piedi pari le leggi. Voleva dare alla Grecia un vino che potesse essere all’altezza dei grandi vini francesi. Così tra il 1958 e 1959 piantò quello che è oggi il vigneto più alto di tutta la Grecia, ad oltre 1000 metri d’altezza. 

Nacque così la cantina Katogi Averoff (kato= sotto, gi= terra), perché i suoi primi vini li produceva nello scantinato della sua mansione.
 
Metsovone: il formaggio dall’Italia all’Epiro con amore

L’abbondanza di animali da latte è stata da sempre una caratteristica dell’economia locale, con il conseguente problema di gestire gli esuberi di produzione. Come se non bastasse la Fondazione Averoff-Tositsas decise di creare nel 1955 un caseificio dove i contadini potessero vendere il latte in eccesso. Da allora e per ben 3 generazioni, la Fondazione si è preoccupata di finanziare la formazione di maestri casari, mandandoli in Italia ad imparare la tecnica di elaborazione dei formaggi stagionati, diversa dai tradizionali formaggi freschi greci. Dall’intreccio tra tecnica italiana, latte locale e tradizione greca nacque il Metsovone, un formaggio ispirato alle nostre paste filate del sud, la Metsovella un formaggio tipo Groviera e la Metsovana una versione ispirata al grana, costruendo così l’altra fortuna del paese.
 
Il futuro: le nuove leve ed il recupero delle varietà antiche

Sono oramai passati decine di anni da quando Averoff piantò le prime vigne di Cabernet Sauvignon. Dopo un’epoca in cui fecero da padrone le varietà francesi, negli ultimi quindici anni c’è stata una inversione di tendenza e una riscoperta delle varietà autoctone. 

Per molto tempo la viticultura greca è cresciuta un po’ in sordina, soddisfatta dai mercati locali. Inoltre, una cattiva campagna di esportazione in Germania dei tradizionali vini Retsina, aromatizzati dall’aggiunta della resina di pino nel mosto, prodotti a basso costo e di pessima fattura per soddisfare le esigenze degli emigranti greci in quel paese, aveva ulteriormente indebolito l’immagine dei vini greci all’estero. Paradossalmente è stata proprio la recente e profonda crisi economica che ha obbligato numerosi produttori a diversificarsi e lanciarsi nei mercati internazionali dando così i primi segnali di apertura. È stato grazie alla lungimiranza e azzardo di alcuni produttori che la viticoltura greca ha difronte a sé un grande futuro.
 
Tutte le maggiori cantine stanno investendo in ricerca e sperimentazione in tal senso. Oggi, nel Nord della Grecia, regna la xinomavro, spesso affiancata dalla splendida e florale negoska, che Averoff vinifica in purezza. Invece il segreto dei suoi blend si deve alle numerose e sconosciute varietà, che in vlacco si chiamano vlachiko, dubina, gudaba e pyknoassa

In altre zone del Nord della Grecia si conferma la stessa tendenza. L’esempio più eclatante è quello di Vangelis Gerovassiliou che salvò dall’estinzione la varietà autoctona a bacca bianca malagousia, diventata poi l’emblema della sua cantina nella DOC Epanomi, a pochi chilometri da Salonicco. Più ad est in Tracia, la cantina Biblia Chora, sfoggia invece due misteriose etichette raffigurate da una impronta digitale, a significare che è stata usata una varietà autoctona sconosciuta, recuperata nelle pendici del monte Pangeo, di cui ancora si sta studiando il DNA.

Infine citare il lavoro della giovanissima Chloi Chatzivaryti, la cui famiglia possiede l’omonima cantina nella DOP Goumenissa, che dopo essersi formata tra Francia e Portogallo, ha recentemente stravolto il mercato con le sue sorprendenti interpretazioni dello xinomavro, assyrtiko e rodithis, elaborati con metodi naturali. 
Il futuro è tutto da scoprire.

Fotografie di Carlotta Casciola, Alex Grymanis, Katogi Averoff, Kyr Yianni
 
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