Patrimonio culturale immateriale e cibo

Lluís Garcia Petit

06 giugno 2018

Il patrimonio culturale non è costituito solo da monumenti e collezioni d’arte ma anche le tradizioni vive che, trasmesse nel tempo, formano parte delle conoscenze di un popolo. Analizziamo cos’è il patrimonio culturale immateriale, che relazione ha con il cibo e perché è fondamentale identificarlo e proteggerlo.
 
L’arte dei pizzaioli napoletani. (Foto Sebillo, 2010)
Alcuni mesi orsono, molti mezzi di comunicazione hanno riportato la notizia che “la pizza” era stata dichiarata patrimonio mondiale dell’umanità dall’UNESCO, così come anteriormente lo furono “la dieta mediterranea”, la “gastronomia francese” o la “cucina tradizionale messicana”. Il messaggio generale trasmesso è che si tratta di una specie di premio, di una distinzione che l’UNESCO concede ad alcune espressioni che hanno qualcosa di speciale, che le distingue dal resto. La realtà è piuttosto diversa e complessa, e cercherò di spiegarla.

L’origine di tutto questo si fonda sulla Convenzione per la Salvaguardia del Patrimonio Culturale Immateriale, un accordo tra Stati firmato nel 2003 nel quadro UNESCO. La Convenzione definisce il nuovo concetto di “patrimonio culturale immateriale” e stabilisce che possono farne parte le canzoni, i balli, le feste tradizionali ma anche le conoscenze, le credenze, le tecniche sempre e quando queste siano state trasmesse da generazioni e così vengano considerate dalle stesse persone che le mantengono vive. Per esempio, sono gli stessi liutai di Cremona coloro che considerano che il processo artigianale di fabbricazione dei violini è patrimonio culturale. Non è l’UNESCO, nè gli esperti o specialisti del settore a considerarlo tale, nonostante le conoscenze tecniche e specialistiche di quest’ultimi siano molto importanti.

Nella definizione redatta dall’UNESCO non si fa riferimento alla cucina, né a temi in stretta relazione con il cibo. Nemmeno quando si citano esempi degli ambiti nei quali si esprime il patrimonio culturale immateriale: le arti dello spettacolo, le tradizioni orali, le conoscenze ed usi discendenti dalla natura o dall’artigianato, i riti e le festività. Questo fu motivo di dibattito nei primi anni di vigenza della Convenzione, perché alcuni consideravano che ciò che era relativo alla cucina e alla gastronomia non formasse parte di questo patrimonio. Per riscattarlo, si decise di formare un gruppo di sei esperti che arrivarono alla conclusione che <nonostante le pratiche alimentari non vengano menzionate esplicitamente nell’articolo 2 della Convenzione (alla voce Definizioni), formano parte del patrimonio culturale immateriale.>
 
Il pasto gastronomico francese (Foto Isabelle Guisard, Château de Bourron-Marlotte, 2008)
Ma tornando alle “dichiarazioni” dell’UNESCO, che cosa sono in realtà? La Convenzione stabilisce che verrà stilata una lista di elementi del patrimonio culturale immateriale che serva per diffondere questo nuovo concetto e per sensibilizzare l’opinione pubblica sul valore di questo patrimonio, che si considera fondamentale per la conservazione della diversità culturale e garanzia di un uno sviluppo sostenibile. Si identifica come “Lista Rappresentativa del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità” (Representative List of the Intangible Cultural Heritage of Humanity) e viene stilata a partire dalle proposte che presentano i diversi Paesi.

Un comitato intergovernativo è incaricato di valutare se le proposte ricevute posseggono i requisiti necessari per essere incluse nella Lista. È importante sottolineare che si tratta di una lista “rappresentativa”, cioè che la sua finalità è di mostrare esempi concreti di ciò che viene considerato come patrimonio culturale immateriale. Se un elemento viene incluso nella Lista non significa che sia più importante, che abbia più valore o che sia migliore di altri.

Spesso succede che, in un mondo dove i mezzi di comunicazione sono alla ricerca di notizie spettacolari e messaggi corti, si perdano le sfumature, venga omesso buona parte del contenuto e spesso si finisce per trasmettere un messaggio piuttosto lontano dalla realtà, nonostante ciò possa beneficiare il destinatario o chi lo promuove.
 
Cuoca di Michoacán (Messico). (Foto 2006 A. Rios / Secretaría de Turismo del Estado de Michoacán)
La verità é che nè la pizza, nè la dieta mediterranea, nè la gastronomia francese, nè la cucina tradizionale messicana sono nella Lista dell’UNESCO, dal momento che nessuno di questi elementi entra nella definizione del patrimonio culturale immateriale. Ciò che è stato iscritto è “l’arte dei pizzaioli napoletani”ovvero la maniera tradizionale di elaborare la pizza; è “la dieta mediterranea” nel senso originale di  modo di vita, non come modello di consumo alimentare; è “il pasto gastronomico dei francesi” cioè l’atto sociale di riunire gli ospiti per gustare un buon cibo; è “la cucina tradizionale messicana”, intesa come cultura comunitaria, ancestrale e viva: “il paradigma di Michoacán”.

Di conseguenza, la frase secondo la quale “l’UNESCO ha dichiarato la pizza patrimonio culturale immateriale dell’umanità” significa in realtà che il Comitato Intergovernativo per la Salvaguardia del Patrimonio Culturale Immateriale ha iscritto “l’arte dei pizzaioli napoletani” nella Lista Rappresentativa del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità sotto richiesta dell’Italia  - che potrebbe avere presentato una candidatura diversa – e con il consenso dei pizzaioli, che, come contropartita, si sono impegnati a sensibilizzare l’opinione pubblica sul valore del patrimonio culturale immateriale in generale.
 
Coniglio con le lumache. La raccolta ed il consumo di lumache forma parte dell’inventario del patrimonio culturale immateriale della Riserva della biosfera del Montseny, Catalunya (Spagna). (Foto Garcia Petit)
La Convenzione UNESCO è uno magnifico strumento per proteggere il nostro patrimonio culturale immateriale e questo probabilmente include buona parte delle nostre conoscenze e tecniche necessarie per elaborare piatti tradizionali ed utilizzare i nostri prodotti. Ma per proteggere questo patrimonio prima dobbiamo identificarlo, la comunità direttamente interessata deve considerarlo come patrimonio culturale e, tutti insieme, dobbiamo trasmetterlo alle generazioni future. È un lavoro a lungo termine che richiede il più diretto coinvolgimento di tutti gli attori e di tutti gli enti interessati ed è l’unica garanzia di futuro per l’insieme di quella parte così importante e così piacevole delle nostre culture.

Da dove cominciamo?
 
 
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Scritto per chi ama il buon cibo
Alti Formaggi Magazine è un webzine di cultura gastronomica che esplora il mondo della produzione del cibo. Una voce che narra di incontri con persone che, grazie alla loro sapienza artigianale e gastronomica, ci aiutano ad ampliare le nostre conoscenze e trovare il vero gusto delle cose. Un’ode al territorio, ai suoi prodotti e a tutti coloro che li fanno ed utilizzano.
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