Va' dove ti porta il cuore

Angela Barusi

23 aprile 2018

Una ricorrenza ed una  citazione letteraria per introdurre la storia di Giovanni Marocchi, il libraio fidentino che trent’anni fa decise di lasciare l’avviatissimo ristorante di famiglia per seguire la sua passione per i libri. Un mestiere non facile che ha saputo gestire con successo grazie alle abilità affinate tra i tavoli di una sala da pranzo.
 
<Sono diventato papà di una bambina e il giorno dopo ho aperto il negozio.> Esordisce così Giovanni Marocchi, proprietario della Libreria L’Ippogrifo sita nel centro storico di  Fidenza, cittadina della provincia di Parma, 27.000 abitanti, di cui il 20% costituito da stranieri residenti, che leggono poco. Eppure questa libreria, l’unica indipendente sopravvissuta, gode, pur nelle difficoltà del momento e del settore, di buona salute.

Tra ricordi culinari e appunti del mestiere, ci ha raccontato la sua storia che abbiamo deciso di pubblicare oggi, 23 aprile, Giornata Mondiale del Libro, l’evento patrocinato da Unesco per promuovere la lettura, la pubblicazione di libri e la protezione della proprietà intellettuale.
 
Giovanni Marocchi, libraio in Fidenza (Parma).
<I miei genitori gestivano La locanda del lupo, all’epoca di proprietà del principe Meli Lupi di Soragna, una trattoria ma di alto livello. Avevamo una bella clientela, era frequentata dagli industriali di Parma e da personalità. Mio padre in sala e in cucina  mia mamma, affiancata più tardi da mia moglie che, quando ci siamo sposati, ha lasciato il suo lavoro di amministrativa notarile per seguirmi nell’attività di famiglia. Dopo la morte di mio papà, ho gestito io il ristorante per sette anni. Se avessi portato avanti l’attività, a costo di altissimi sacrifici, probabilmente oggi sarebbe il miglior ristorante di Parma e provincia. Ma non mi pento della scelta fatta perchè l’ho fatto per amore alla famiglia.>

Cosa ha provocato il cambio di rotta?

< Quando mia moglie è rimasta incinta, entrambi eravamo ben consapevoli che la qualità di vita famigliare di un ristoratore è molto bassa. I libri mi sono sempre piaciuti ed ho preferito trovare un lavoro che mi permettesse di tornare a quello che era il mio ambiente di elezione. Un vecchio compagno di studi era in crisi con la libreria che stava gestendo e la fortuna ha voluto che intercettassi questa sua esigenza. Non mi è stata regalata, a quei tempi le attività commerciali si pagavano care, ma ho colto l’occasione che mi si presentava.>

Che cosa hai portato della tua esperienza nella  ristorazione alla libreria?

Due cose fondamentali. Dall’esperienza nel ristorante ho imparato a saper  intercettare i gusti delle persone. La ristorazione ti insegna a rispondere ancor prima che venga chiesto. Alimentarsi è un atto fisico;  anche la persona più acculturata, quando mangia, quando compie questo atto basilare, quasi elementare, si rivela nella sua natura. Si siede a tavola affamata e diventa  irritabile, intollerante, a volte maleducata. A tavola le persone abbassano le difese e riesci a capire chi sono veramente. Con i libri è molto più facile capire quali sono i gusti dei clienti. L’altro fattore importante è che  ha affinato la mia abilità contabile: la maggior parte dei librai non sanno gestire bene i loro conti e chiudono. Dopo 32 anni ho dimostrato che i conti, se tenuti scrupolosamente, tornano.

Come è cambiato il tuo lavoro di libraio in questi trent’anni?

Non saprei dirti quanto sia cambiato il lavoro, piuttosto quanto sono cambiato io. Dopo tanti anni, accerchiato da qualsiasi tipo di distrazione e concorrenza, questo è un mestiere che devi portare avanti predilingendo quello che piace a te, circondandoti di cose nella quali credi, che ti gratificano, che danno soddisfazione.

Che cosa definisce il lavoro del libraio?

Il libraio vende i libri che ama. Come il grande cuoco non asseconda il gusto delle persone, devi convincere i clienti della bontà del tuo menù o nel, mio caso, della bontà dei miei libri. Parte del nostro lavoro è fatto anche dalle richieste specifiche dei clienti che devi assolvere, ma il bravo libraio, nel momento in cui risponde alla domanda e capisce qual è l’inclinazione, il gusto di quella persona, cerca di vendergli, come mi succede abbastanza spesso, altri due libri.

Questa è una libreria cucita su misura in una città piccola, nella quale i piccoli negozi stanno morendo. Si può contrarrestare l’emorragia?

Credo che quello che può fare un professionista serio lo stia già attuando con tutte le sue energie mentali e fisiche. I problemi veri sono spesso legati a situazioni che vanno oltre alle nostre capacità, come per esempio la desertificazione dei centri storici, il degrado ambientale e l’abbruttimento culturale.

Problemi che pesano sulla situazione già precaria di tutti i piccoli commerci indipendenti...

Può sembrare banale, ma l’unica arma che un piccolo commerciante può utilizzare è quella di portare avanti la sua attività con amore, con passione, non farne solo un lavoro. Fare le cose che ti piacciono ti da’ la forza per affrontare i momenti di difficoltà, di smarrimento.
 
“La libreria può aiutare la gastronomia se riesce a dare alle persone, attraverso i libri, una maggiore consapevolezza della loro identità [...].
Se aiuta a formare delle persone con una capacità di giudizio e di critica rispetto a quello che li circonda.”
L’Ippogrifo è una delle pochissime librerie in provincia che vende solo libri.

Il libro, rispetto ad altri articoli, ha due vantaggi: il primo è che, nonostante abbia margini ridotti, quando vendi un libro hai sempre un guadagno certo, se non lo vendi lo puoi rendere e rinnovare l’offerta con altri libri. Il resto, se non lo vendi, ti resta in casa. L’altro fattore, e qui entra in gioco l’aspetto più contabile della professione, è che il libro è esente da Iva o meglio, è pagata alla fonte.  Dal punto di vista amministrativo il libro è molto agile e questo ti permette di lavorare con più serenità. Per ultimo, mi permetto di aggiungere che il libro porta con sè una sorta di aristocrazia merceologica che va tutelata e valorizzata e non sovrastata da orpelli innecessari.

Com’è la tua offerta di libri dedicata all’enogastronomia?

Ultimamente l’offerta si è un po’ ridotta perché c’è una sovraesposizione mediatica della gastronomia che è nociva alla vendita dei libri. C’é stata una prima fase di titoli tradizionali, ricettari come Il Cucchiaio d’argento o  Il Talismano della felicità che venivano venduti per le ricorrenze. Poi è stata la volta dei libri legati ai programmi televisivi che trainavano molto le vendite. Adesso c’è un tale iperpresenzialismo dell’argomento  e parcellizzazione delle fedi gastronomiche che vendere un libro di gastronomia è diventato difficile. C’è cosí tanta informazione su tutti i mezzi di comunicazione che una persona non ha più bisogno di comprare il libro per sapere cosa dice, cosa pensa o propone l’autore.

La cucina è un traino per la narrativa?

Decisamente no. E secondo me non lo è mai stato. I tanti romanzi a sfondo culinario secondo me sono stati spinti per assecondare la pancia del mercato. I libri che io vendo non muovono solo la pancia ma il cuore e la mente. La cucina in un romanzo può essere un insaporitore ma la trama si deve sostenere su altro. Quando mi voglio divertire a leggere qualcuno che parla di cucina, sfoglio Simenon o prendo una pagina a caso dell’Artusi. È formidabile.

Perchè?

Uno che comincia la descrizione, per esempio, della ricetta di un brodino ristretto... e racconta che è tornato a casa raffreddato perchè è andato a fare una passeggiata in mezzo alla neve  e la sua governante gli ha preparato questa cosa...con un pizzico di questo, una manciata di quello... È bellissimo. Adesso leggi delle ricette che sembrano dei referti di laboratorio! Insomma, secondo me il cibo non muove la grande storia. Forse nei libri di Rex Stout si percepisce un reale gusto per la cucina e la gastronomia però è sempre tangenziale rispetto alla storia, non è mai l’argomento decisivo.

Fatta eccezione forse per Le estasi culinarie di Muriel Barbery, il cui critico gastronomico in punto di morte si consuma alla ricerca di quel sapore unico e incontrastato...

Abbinando il mio passato ed il mio presente, penso che sia una prerogativa dei critici gastronomici. Io non amo frequentare ristoranti che sono apprezzati da critici gastronomici sazi. Il critico che mangia al ristorante due volte al giorno è saturo, di conseguenza  è stupefatto da cose per le quali una persona normale non si commuove.

Si può fare un parallelismo con la lettura?

No, perchè la lettura non tradisce mai. Noi librai sentiamo anche dal profumo se  il libro è buono o cattivo. Mi spiego: i libri di Ken Follet non sono tutti capolavori, lo capiamo dall’odore dal packaging, incluso dal prezzo. Il suo ultimo libro è di 1.000 pagine e costa 27 euro. Se l’anno prossimo esce un altro suo titolo, di  700 pagine e a 18 euro, posso assicurarti che sarà un libro di bassa qualità, l’editore lo sa e deve farlo fuori. Come è possibile che un critico che va da anni nello stesso ristorante ne firmi sempre report di eccellenza? Dov’è finita la credibilità di certe guide di vini nelle quali vi sono referenze da tantissimi anni sempre sulle stesse posizioni? Nessuno è in grado di mantenere lo stesso livello di eccellenza in eterno, lì finisce la credibilità. Le guide si vendevano bene quando si tiravano i sassi in piccionaia ma oggi chi osa criticare un ristorante con tre stelle Michelin?
Ho fatto  mia questa frase di Constantin Brancusi: la semplicità è la complessità risolta. Per me un bel piatto di  tagliatelle fatte in casa condite con burro e un “alto formaggio” di 30-36 mesi, non sono un punto di partenza ma un  punto di arrivo.
 
Mettendo a confronto le tue due esperienze, in che modo la libreria potrebbe aiutare la cultura gastronomica?

La libreria può aiutare la gastronomia se riesce a dare alle persone, attraverso i libri, una maggiore consapevolezza della loro identità,  di chi sono e che cosa vogliono. Se aiuta a formare delle persone con una capacità di giudizio e di critica rispetto a quello che li circonda. Questo vuol dire aiutare a formare delle persone che non abbiano pregiudizi su niente.

Concludo con la domanda di rito, rivolta alla persona non al libraio: qual è il tuo “momento formaggio”?

Per me il momento formaggio perfetto è in entrata pasto, una scaglia di Parmigiano accompagnata da un flûte di champagne. Ti apre a sorti magnifiche e progressive.
 
Libreria L’Ippogrifo
Via Cavour 92
43036 Fidenza (Parma)
Tel. 0524 522633
 
Fotografie: Angela Barusi
 
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Scritto per chi ama il buon cibo
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