La birra artigianale che “Vale la pena” assaggiare

Salvatore Cosenza

19 dicembre 2018

Un’opportunità di reinserimento sociale e professionale per i detenuti. “Vale la pena” è un progetto nato nel 2012: microbirrificio, ora è anche pub, ma sono tanti i sogni ancora da realizzare. 
Roma, un piccolo locale dell’Appio Tuscolano: formaggi e altre specialità in vetrina, pochi posti a sedere e l’immancabile bancone. Potrebbe sembrare un normale pub di quartiere, ma un occhio più attento non può far a meno di notare riferimenti molto chiari. “L’unico sconto è quello di pena!” recita un cartello sulla cassa. Le birre vengono servite attraverso delle sbarre piegate. “Vieni che ti faccio vedere l’impianto di spillatura e la cella” dice Paolo Strano. Io entro subito nel mood: “Beh qui la cella non poteva mancare…” Paolo ride e mostra i fusti tenuti rigorosamente “al fresco”. È lui la mente di Vale La Pena e così dopo una pinta di “Gatta buia” parte il mio interrogatorio.

Come nasce il progetto Vale La Pena?

Provengo da un mondo che non c’entra nulla con la birra artigianale. Lavoravo in un ospedale che si occupava anche della salute dei detenuti di Regina Coeli. Entrare a contatto con la realtà carceraria ci ha fatto scoprire tante potenzialità. Purtroppo, c’è grande recidività: molti sono all’ennesima esperienza detentiva, il cosiddetto fenomeno delle porte girevoli, dovuto al fatto che “fuori” non ci sono grandi possibilità di reinserimento. Noi interveniamo proprio per fornire un’occasione a chi se la merita ed evitare che torni in quell’inferno. 

Perché avete scelto proprio di impegnarvi nella produzione di birra artigianale?

Scelta dettata semplicemente da un business plan. Era il 2012, il momento di maggior crisi in Italia e cercavamo un settore in espansione. Era un ambito “in fermento”, passami il gioco di parole: nel giro di pochi anni il numero di birrifici è cresciuto in maniera significativa.
 
Attualmente avete un impianto di proprietà o producete presso altri birrifici?

Siamo una Onlus e abbiamo ottenuto un cofinanziamento da parte del Ministero dell’Università e Ricerca che ha acquistato un impianto e lo ha installato in un istituto agrario. Abbiamo espletato tutte le pratiche burocratiche e iniziato a fare birra, salvo poi dover sospendere l’attività per problemi strutturali riscontrati dalla ASL. Dopo due anni, siamo riusciti a risolvere le questioni legate essenzialmente all’allaccio al sistema fognario. Per rispondere alla tua domanda quindi: abbiamo un impianto, sebbene sia in comodato d’uso di proprietà di una scuola. 

Quante birre producete al momento?

Attualmente sono diciotto. All’inizio sono venuti da noi tanti importanti birrai italiani che ci hanno formato e regalato le loro ricette, ora è il momento però di razionalizzare un po’ la produzione.

Come vengono scelti i detenuti da coinvolgere nel progetto e quali sono i ruoli che ricoprono nel birrificio?

Dal 2012 abbiamo lavorato con quindici detenuti, nel birrificio compiono un percorso formativo e sono impegnati ad aiutare il nostro birraio. La scelta è dettata da requisiti di carattere giudiziario: buona condotta, due terzi della pena già scontati, autorizzazione del magistrato. Sono persone ammesse al lavoro esterno secondo l’articolo 21 o in semi libertà, alcuni di loro la sera tornano ancora a dormire in carcere. Nessun pregiudizio invece per quanto riguarda il tipo di reato, sebbene molti siano legati allo spaccio di stupefacenti e lavorare alla produzione di una bevanda alcolica potrebbe rappresentare una criticità. C’è spesso, infatti, una certa relazione tra utilizzo di droghe e consumo compulsivo di alcol, ma nel nostro caso il prodotto ci aiuta. L’approccio alla birra artigianale, grazie ad una maggiore complessità organolettica, è inevitabilmente più consapevole. Con Donato Di Palma di Birranova, abbiamo perfino prodotto la “Buona condotta”, la prima birra artigianale analcolica italiana. 
 
Ottobre 2018, nasce il pub Vale La Pena. 

Il pub è il secondo step del nostro progetto ed è fondamentale: è un modo per vendere la nostra birra, ma soprattutto ci dà la possibilità di assumere alcuni dei detenuti coinvolti. Raggiungiamo così il nostro obiettivo: garantire dei contratti di lavoro a tempo indeterminato dopo il percorso formativo. Inoltre, stiamo diventando collettori di prodotti realizzati negli istituti penitenziari italiani, a partire dai formaggi di Cibo Agricolo Libero, il caseificio delle detenute di Rebibbia (ne abbiamo parlato qui, ndr). Il nostro è un lavoro anche di divulgazione e sensibilizzazione verso certi temi che riguardano la collettività.

Quali sono gli obiettivi per il futuro?

Il nostro sogno è di arrivare a chiudere il cerchio della filiera: dalla produzione delle materie prime al riciclo degli scarti, coerentemente con un altro tema a noi caro, quello della lotta agli sprechi. Abbiamo iniziato realizzando una birra con del pane recuperato, puntiamo ora a riutilizzare ciò che noi scartiamo in birrificio. Per quanto riguarda la coltivazione di orzo e luppolo ci vorrà più tempo per superare difficoltà agronomiche ed ostacoli di carattere tecnico (maltazione dell’orzo, produzione di pellet di luppolo eccetera). 

Cosa ti auguri per il 2019?

Il giorno in cui abbiamo aperto il pub è nato il mio secondo figlio, quindi è facile intuire quanto sia frastornato in questa fine del 2018. Per l’anno nuovo mi auguro che possiamo diventare un esempio per altri imprenditori virtuosi, dimostrando che è possibile fare impresa in maniera sana, distribuendo utili pur avendo una vocazione sociale. Il pub infatti non è stato aperto con la Onlus, ma abbiamo investito e fondato una società che puntiamo a trasformare in “società benefit”. Si tratta di una nuova forma che nasce in America qualche anno fa e dà la possibilità di trarre profitto, sebbene contemplando nello statuto un fine sociale inequivocabile da perseguire e certificare. Nessun vantaggio fiscale, sia chiaro, ma solo in termini di comunicazione e posizionamento, andando a raggiungere una clientela attenta a certi temi. 
 
Fotografie: Vale la pena Pub
www.valelapena.it
Birrificio Vale la pena
Via della Colonia Agricola, 41
00148 ROMA
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